Antifascismo di facciata e potere globale: la contraddizione della sinistra contemporanea
Donald Trump contro il sistema: la rottura che spaventa le élite
Negli ultimi anni si è fatta sempre più evidente una contraddizione difficile da ignorare: una parte consistente della sinistra occidentale continua a definirsi antifascista, ma allo stesso tempo finisce per sostenere, o quantomeno accettare, un sistema economico e finanziario che esercita un controllo sulla società non meno pervasivo di quello che storicamente veniva attribuito ai regimi autoritari. La lotta al fascismo, che nel suo contesto originario aveva un significato profondo e concreto, sembra essersi progressivamente trasformata in una sorta di linguaggio simbolico, utile più a definire chi sta dalla parte giusta che a comprendere dove si trovi oggi il vero potere.
Il punto è che quel potere si è spostato. Se nel Novecento il controllo passava principalmente dallo Stato, oggi passa sempre di più dal mercato. Non è più l’autorità politica a inquadrare l’individuo, ma un sistema economico globale che ne orienta comportamenti, desideri e scelte. In questo senso, l’intuizione di Pier Paolo Pasolini sull’omologazione consumistica appare oggi quasi profetica: non serve imporre un’ideologia con la forza quando si può ottenere lo stesso risultato attraverso il consumo, il desiderio e la standardizzazione culturale. L’individuo resta formalmente libero, ma quella libertà si muove dentro binari già tracciati.
Dentro questo quadro si inserisce anche il tema del cosiddetto “pensiero unico”. Alcune scelte economiche - dall’austerità alle privatizzazioni, fino alla globalizzazione finanziaria - vengono spesso presentate come inevitabili, tecniche, fuori dal dibattito politico. Chi prova a metterle in discussione non viene semplicemente criticato, ma delegittimato, come se si ponesse automaticamente fuori dalla razionalità o dalla modernità. È una forma di pressione meno visibile rispetto a quelle del passato, ma non per questo meno efficace: il dissenso non viene represso, viene reso irrilevante.
In questo contesto la sinistra ha subito una trasformazione profonda. Da forza storicamente legata alla difesa del lavoro, della sovranità economica e delle comunità, si è progressivamente riallineata a un sistema globale fondato sulla centralità dei mercati e delle istituzioni finanziarie. Parallelamente, ha spostato il proprio baricentro sui diritti civili individuali, che restano fondamentali ma che, in molti casi, hanno finito per sostituire - più che affiancare - la difesa dei diritti sociali. Il risultato è una società composta da individui sempre più liberi sul piano formale, ma anche sempre più soli, meno radicati e più esposti alle dinamiche del mercato.
È in questo scenario che l’antifascismo rischia di trasformarsi in uno strumento retorico. L’etichetta di “fascista” viene utilizzata in modo sempre più ampio per delegittimare posizioni che mettono in discussione l’assetto attuale, come la difesa della sovranità nazionale o la critica alla globalizzazione. In questo modo, anziché servire a comprendere e contrastare forme reali di autoritarismo, diventa un meccanismo di protezione dello status quo.
Ed è proprio qui che si inserisce la figura di Donald Trump, che al di là delle valutazioni personali rappresenta una rottura rispetto a questo schema. Trump ha impostato la sua azione politica su una critica frontale al sistema globale: ha messo in discussione gli accordi commerciali, ha attaccato le istituzioni sovranazionali, ha rivendicato un ritorno alla centralità dell’interesse nazionale e ha sfidato apertamente media e apparati considerati parte integrante dell’establishment. In sostanza, ha provato a spostare il baricentro del potere dai mercati globali alla politica nazionale.
Questo lo ha reso inevitabilmente inviso a tutti quei soggetti che su quel sistema hanno costruito potere e influenza. Grandi circuiti finanziari, élite globalizzate, apparati amministrativi e culturali consolidati - spesso sintetizzati nel dibattito pubblico con espressioni come “deep state” o associati a figure come George Soros - vedono in questo tipo di approccio una minaccia diretta. Non si tratta semplicemente di una divergenza politica, ma di uno scontro tra visioni del mondo incompatibili: da una parte un ordine basato sull’integrazione economica globale, dall’altra un tentativo di riportare il controllo a livello nazionale.
È per questo che lo scontro è così duro e così polarizzato. Non riguarda solo politiche specifiche, ma la struttura stessa del potere contemporaneo. E mentre il dibattito pubblico continua spesso a muoversi su categorie del passato, il conflitto reale si gioca su un terreno diverso, fatto di finanza, sovranità e controllo delle leve economiche.
Alla fine, la vera questione resta aperta: è possibile mettere in discussione l’attuale sistema globale senza cadere in derive opposte, ma anche senza accettarlo come inevitabile? Perché una società che continua a combattere battaglie simboliche rischia di non accorgersi che il potere reale si è già spostato altrove. E in quel vuoto di consapevolezza, ogni etichetta - anche la più nobile - rischia di diventare solo una maschera.
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