C’è qualcosa di irresistibilmente comico — se non fosse tragico — nel modo in cui la sinistra italiana scambia l’autorevolezza con l’autoritarismo, il comando con la guida, la fermezza con la dittatura.
Ogni volta che Viktor Orbán apre bocca, ecco partire il solito balletto di indignazioni, editoriali e talk show, tutti uniti da un’unica certezza: “È un fascista”.
Una diagnosi morale, non politica, che serve più a calmare le nevrosi del progressista medio che a capire davvero la realtà.
Perché, diciamolo chiaramente: Orbán governa un Paese reale, con consenso, risultati economici e una visione coerente.
Può piacere o meno, ma non è un dilettante morale in cerca di applausi su TikTok.
Non promette la rivoluzione climatica entro l’aperitivo né la pace nel mondo tra un hashtag e l’altro.
Orbán decide, e nel decidere — anche con i suoi limiti e le sue forzature — esercita quella cosa ormai introvabile nella politica europea: la responsabilità del potere.
E qui entra in scena Elly Schlein, la controfigura ideologica di questa tragedia moderna.
Lei rappresenta tutto ciò che si oppone a Orbán, almeno nella narrazione.
Solo che, a differenza di lui, non governa nulla.
Non un Paese, non un partito, forse nemmeno se stessa.
Non guida, ma predica.
Non convince, ma scomunica.
Il suo verbo non è “fare”, ma “vietare”: vietato dissentire, vietato pensare, vietato chiedere numeri, bilanci, risultati.
La Schlein incarna quella sinistra pedagogica e supponente, convinta che la democrazia coincida con la sua opinione.
La stessa sinistra che accusa Orbán di autoritarismo ma non tollera la libertà di pensiero dentro casa propria.
Quella che scambia il pluralismo per un disturbo e il dissenso per fascismo.
E che, se potesse, censurerebbe anche il termometro quando segna troppo caldo, colpevolizzando il capitalismo per l’estate.
In Ungheria, Orbán difende il suo modello politico.
In Italia, la Schlein difende la sua bolla di consenso.
Lui governa un Paese piccolo ma compatto; lei comanda un partito grande solo nei ricordi.
E se a Budapest la parola d’ordine è “identità”, a Roma è “identitarismo moralista”: una parodia che confonde la virtù con la superiorità morale.
Eppure, basterebbe un po’ di onestà intellettuale per ammettere che tra i due c’è una differenza sostanziale: Orbán è autorevole, la Schlein è autoritaria.
Lui guida perché crede in qualcosa; lei impone perché non crede in nessuno.
Lui rappresenta una visione, lei una reazione.
Lui difende la sua sovranità, lei nega quella degli altri — a partire da chi non la pensa come lei.
Il paradosso è servito: la sinistra che accusa Orbán di censura pratica la censura morale ogni giorno, con più zelo di un inquisitore.
È la solita storia: quando mancano le idee, restano i divieti.
Quando non hai più popolo, ti costruisci un nemico.
E quando non sai più vincere, ti racconti che sei migliore.
Ma la politica — quella vera — non è questione di purezza ideologica, è arte del governo.
Orbán lo fa, la Schlein lo sogna.
E finché a sinistra continueranno a confondere la forza del pensiero con la rigidità della morale, l’unico ponte che sapranno costruire sarà quello — invisibile e inutile — tra la propria arroganza e la realtà che non capiscono più.