Dal nulla alle emergenze: come la sinistra alimenta il vuoto occidentale
Tra indignazione permanente e assenza di visione: la politica che vive di reazione anziché di costruzione
Nel mio precedente articolo, “Dalla decostruzione al nulla: il fallimento culturale della sinistra occidentale”, ho descritto il processo attraverso cui una lunga stagione di critica e smantellamento dei valori tradizionali ha finito per lasciare dietro di sé un vuoto difficile da colmare. Ma quel vuoto, oggi, non resta semplicemente lì: viene costantemente riempito — o meglio, occupato — da un flusso continuo di nuove emergenze, nuove battaglie, nuove urgenze.
È qui che il discorso si fa ancora più interessante, e più problematico.
Perché quando una visione del mondo perde la capacità di proporre un orizzonte solido e riconoscibile, spesso si rifugia in un meccanismo diverso: non costruire, ma reagire continuamente. Non offrire un progetto, ma indicare costantemente un nemico, un problema, una crisi da denunciare. E in questo, una parte della sinistra contemporanea sembra essersi specializzata.
Ogni giorno emerge una nuova “emergenza” culturale, sociale o simbolica. Il messaggio, esplicito o implicito, è sempre lo stesso: guardate quanto è sbagliato, arretrato, pericoloso ciò che c’era prima — e guardate quanto è altrettanto pericoloso ciò che propongono gli altri. In questo schema, la proposta politica non si definisce più per ciò che è, ma per ciò che rifiuta.
È una dinamica che ricorda, in modo quasi paradossale, proprio quel nichilismo descritto da Friedrich Nietzsche: una forza che sa distruggere, smascherare, criticare — ma fatica enormemente a creare. Solo che qui il nichilismo non si presenta come teoria filosofica, bensì come strategia comunicativa e culturale.
Il risultato è una narrazione permanente dell’urgenza. Tutto è sempre grave, tutto è sempre decisivo, tutto richiede una presa di posizione immediata. Ma in questa continua escalation, il contenuto si svuota. Le emergenze si accavallano, si sostituiscono, si consumano rapidamente. E ciò che dovrebbe mobilitare finisce per anestetizzare.
In assenza di un impianto valoriale forte, l’unico collante diventa la contrapposizione. Non importa tanto cosa si propone, quanto contro chi ci si schiera. È una politica dell’identità negativa: si esiste in funzione dell’opposizione a qualcos’altro. Ma una comunità costruita solo sull’anti-qualcosa è, per definizione, fragile. Non ha un centro, non ha una direzione, non ha una visione che resista nel tempo.
In questo contesto, anche il cittadino si trasforma. Non è più chiamato a condividere un progetto, ma a partecipare a una sequenza infinita di indignazioni. Ogni giorno un tema nuovo, ogni giorno un fronte da presidiare. Il coinvolgimento diventa reattivo, emotivo, immediato. E proprio per questo, superficiale. Non si sedimenta, non costruisce, non genera senso.
Il paradosso è evidente: nel tentativo di riempire il vuoto lasciato dalla perdita dei valori tradizionali, si finisce per alimentarlo ulteriormente. Perché una società non trova significato nella somma delle emergenze, ma nella presenza di un orientamento stabile. Senza quello, anche le battaglie più legittime rischiano di apparire come episodi isolati, privi di un disegno più ampio.
Qui torna utile anche il richiamo a Jean-Paul Sartre. Se l’uomo è davvero “condannato a essere libero”, allora ha bisogno di strumenti per esercitare quella libertà. Ha bisogno di criteri, di gerarchie di valori, di una struttura che gli permetta di distinguere ciò che conta davvero da ciò che è contingente. Senza questa struttura, la libertà si disperde in una molteplicità di stimoli che non riescono a tradursi in direzione.
E invece, la dinamica delle emergenze permanenti produce esattamente l’effetto opposto: frammenta l’attenzione, impedisce la costruzione di priorità, rende tutto ugualmente urgente — e quindi, alla fine, tutto ugualmente irrilevante.
Nel frattempo, la polarizzazione cresce. Perché se il messaggio dominante è “il mondo là fuori è sbagliato, e chi non è con noi è parte del problema”, il risultato non può che essere una radicalizzazione continua delle posizioni. Ma anche qui, si tratta spesso di una polarizzazione più emotiva che sostanziale, più identitaria che progettuale. Si litiga su tutto, ma si costruisce poco.
E così il cerchio si chiude. Il vuoto generato dalla decostruzione dei valori non viene colmato da una nuova architettura di senso, ma riempito da un rumore di fondo fatto di emergenze, polemiche e contrapposizioni. Un rumore che dà l’illusione del movimento, ma che in realtà impedisce qualsiasi vera direzione.
Alla fine, resta una domanda semplice, quasi brutale: può una società reggersi a lungo su una sequenza infinita di “contro”, senza un solo “per” realmente condiviso?
Se la risposta è no, allora il problema non è solo politico. È culturale, e prima ancora esistenziale. Perché una comunità che perde la capacità di dire cosa vuole essere, prima o poi smette anche di sapere perché esiste. E a quel punto, il nichilismo non è più una deriva: è l’unico orizzonte rimasto
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