Omicidio Charlie Kirk: e se lo smart working avesse avuto un ruolo?
Il recente caso di cronaca che ha visto l’uccisione di un noto influencer e dibattitore americano ci costringe a porci una domanda inquietante: come si è arrivati a un simile livello di intolleranza e violenza? L’uomo non è stato aggredito per motivi personali, ma per le sue idee e per la sua capacità di confrontarsi, anche duramente, con chi la pensava diversamente, smontando o evidenziando le contraddizioni altrui.
La polarizzazione delle opinioni e della vita pubblica negli ultimi anni ha subito un’accelerazione senza precedenti. Certo, la diffusione dei social media, la sovrabbondanza di informazioni, le “fake news” e le teorie del complotto hanno avuto un ruolo centrale. Ma se proviamo a guardare più a fondo, è possibile individuare un punto di partenza: il periodo della pandemia da COVID-19 e le misure introdotte per limitarne la diffusione.
Tra queste, lo smart working ha rappresentato una vera rivoluzione. Non solo per la gestione del lavoro, ma anche per le dinamiche sociali: ha ridotto drasticamente, se non annullato, l’interazione con chi non condivide le nostre idee o appartiene a un contesto differente dal nostro. Come sottolinea lo psicologo sociale Jonathan Haidt, l’esposizione a punti di vista differenti è fondamentale per sviluppare empatia e resilienza cognitiva: senza questa esposizione, la nostra “bolla sociale” si restringe, rafforzando convinzioni e pregiudizi.
Pensiamo ai piccoli momenti quotidiani: la pausa caffè con il collega di scrivania, la chiacchiera con il vicino sull’autobus, la discussione con il barista. Tutte situazioni in cui veniamo esposti a opinioni diverse dalle nostre, spesso senza tensioni, assorbendo sfumature e punti di vista alternativi. Lo smart working elimina questi momenti, e come spiegano i sociologi Robert Putnam e Sherry Turkle, la riduzione delle interazioni faccia a faccia genera isolamento sociale, diminuzione del capitale sociale e minore capacità di tollerare la diversità.
Il risultato è evidente: una società composta da singoli sempre più isolati, immersi in bolle di affinità cognitiva, incapaci di sostenere un confronto reale. Non sorprende che, in questo contesto, il passo successivo sia la delegittimazione o, nei casi più estremi, la soppressione simbolica o reale di chi non riconosciamo come affine al nostro pensiero.
Se questo processo sia stato voluto o sia solo un “effetto collaterale” della nostra evoluzione tecnologica e sociale, probabilmente lo capiremo solo tra decenni. Come ricordava George Santayana, “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo.” Forse oggi il monito vale anche per il modo in cui scegliamo di vivere, lavorare e confrontarci con gli altri.
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