Platone, la politica e la scomparsa della cura
C’è un concetto, antico come il pensiero stesso, che oggi sembra appartenere più alle biblioteche polverose che ai palazzi del potere. È la ἐπιμέλεια κοινή, la “cura comune” di cui parlava Platone.
Un’idea semplice, quasi disarmante, eppure rivoluzionaria: la politica non come comando, ma come atto di cura. Non l’arte del dominare, ma quella del prendersi carico.
Platone, che di ingenuità non ne aveva, lo scriveva con chiarezza: “ἐπιμελεῖσθαι πάντων τῶν ἀνθρώπων” — avere cura di tutti gli uomini.
E intendiamoci, non una carezza paternalistica o un abbraccio retorico da talk show, ma un’opera di tessitura: il politico, dice il filosofo, è un tessitore di differenze, colui che intreccia fili opposti per costruire armonia.
Ora, provate a trasporre questa immagine nella realtà attuale.
Nel grande telaio del potere moderno, cosa abbiamo?
Non tessitori, ma tagliatori di fili.
Non chi unisce, ma chi divide.
La politica è diventata un mestiere da ragionieri della vanità: si gestiscono fondi, si rincorrono sondaggi, si amministra l’irrilevanza.
Platone parlava di “cura di tutti gli uomini”; noi, oggi, abbiamo la “cura” solo dell’algoritmo, del consenso momentaneo, della riga nei bilanci.
La cura — quella vera — è scomparsa, sostituita dal controllo.
La polis è diventata azienda, la leadership è management, la comunità è un target elettorale.
Il risultato è che viviamo in un mondo amministrato, ma non amato.
Platone immaginava che chi governa dovesse essere, prima di tutto, un educatore dell’anima collettiva, un custode del bene comune.
Oggi il governante è un comunicatore isterico, costretto a fingersi empatico tra una diretta su TikTok e una conferenza stampa.
È il trionfo dell’apparenza sulla sostanza, del comando sull’ascolto, dell’urlo sulla parola.
Eppure — e qui Platone ci farebbe un sorriso ironico da vecchio maestro indulgente — basterebbe poco.
Basterebbe tornare all’idea che la politica è, in fondo, una forma di amore ordinato: la capacità di tenere insieme, di prendersi cura, di riconoscere che dietro ogni numero c’è una persona.
Senza la epimeleia koinè, la cura comune, non esiste polis, ma solo un insieme di individui rumorosi, ognuno col proprio microfono e la propria solitudine.
E forse è proprio questo, oggi, il vero fallimento politico del nostro tempo: aver confuso la cura con la propaganda, l’attenzione con la sorveglianza, la comunità con la folla.
Platone lo sapeva. Noi, duemilaquattrocento anni dopo, fingiamo di non ricordarlo.
Eppure, nel fondo della nostra disillusione, la verità resta quella:
la politica o è cura dell’altro, o non è che un esercizio di vanità travestito da servizio.
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