Il progresso che ci ruba il tempo
Claudio Venturoli
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Il progresso che ci ruba il tempo

Ci raccontano che viviamo nell’epoca del progresso. Ce lo ripetono come un mantra, una preghiera laica, una formula salvifica che dovrebbe rassicurarci mentre corriamo come criceti dentro una ruota che non abbiamo costruito noi. E siccome la ripetono con sufficiente insistenza, finiamo persino per crederci.

Ma basterebbe un minimo di memoria storica — quel poco che non è stato inghiottito dall’ansia produttivistica — per capire che qualcosa non torna. All’inizio del Novecento si introduce la giornata lavorativa di otto ore. Non un lusso, non una concessione: un primo passo. Doveva essere l’inizio di un percorso di civiltà che avrebbe ridotto ancora, gradualmente, il tempo di lavoro. L’idea, per una volta semplice e sensata, era: meno lavoro, più vita.

Un secolo dopo, il risultato qual è?
Che le otto ore sono diventate un ricordo, un cimelio da museo del lavoro. Non lavoriamo più otto ore: ne lavoriamo dieci, undici, dodici, e se protesti ti dicono che “è il mercato”, “la competizione globale”, “l’innovazione”. In altre parole: arrangiati e ringrazia.

Va bene, si dirà: ma almeno abbiamo gli strumenti moderni, la tecnologia, l’automazione, l’intelligenza artificiale, i software, i robot, gli smartphone, tutto quello che dovrebbe facilitare e alleggerire il lavoro. Vero. Ed è proprio questo il paradosso, il punto scandaloso, l’offesa al buon senso.

Abbiamo macchine che potrebbero farci risparmiare ore, e invece ci ritroviamo a lavorare più di prima. Abbiamo algoritmi che potrebbero ridurci la fatica, e invece la aumentano: perché ogni compito reso più veloce dalla tecnologia diventa automaticamente un compito da fare in più.

La tecnologia non ha liberato tempo: l’ha occupato. E quel che è peggio, ha cancellato perfino l’idea che il tempo libero sia un diritto, qualcosa che spetta all’uomo in quanto essere umano, non in quanto ingranaggio della macchina produttiva.

E poi c’è la pensione. Un tempo, quando la vita era durissima, quando l’aspettativa di vita era bassa e le macchine non esistevano, si andava in pensione prima. Oggi, con tutte le meraviglie tecniche che ci circondano, dobbiamo lavorare fino a settant’anni. C’è perfino chi propone di andare oltre, che “dai, si vive di più”, come se vivere di più volesse dire lavorare di più.

È come se la società ci dicesse:
“Adesso che la tecnologia potrebbe finalmente liberarti, lavorerai fino all’ultimo respiro.”

Il punto, però, è un altro. Non è solo la fatica, non è solo il logoramento fisico. È l’inaccettabile sottrazione del tempo qualitativo: quello per i propri interessi, per i propri affetti, per la riflessione, per l’ozio — sì, l’ozio, quella pratica antica che le società più sagge consideravano una virtù e che oggi è diventata quasi un reato.

Il progresso ci aveva promesso la liberazione dal bisogno. Invece ci ha consegnati a un nuovo tipo di schiavitù: più sofisticata, più elegante, più digitale, ma pur sempre schiavitù.

Siamo più ricchi di strumenti, certo.
Ma siamo più poveri di tempo, e quindi più poveri in assoluto.

E allora chiediamocelo, senza paura e senza slogan:
Che progresso è un progresso che non libera l’uomo ma lo inchioda al lavoro per tutta la vita?

Forse, semplicemente, non è progresso.
È solo un’eterna corsa verso un traguardo che arretra ogni volta che ci avviciniamo.

#Progresso #Tempo #Lavoro #Diritti #CriticaSociale

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