Referendum Reimigrazione: Cosa prevede davvero la proposta che sta accendendo la sinistra
Claudio Venturoli
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Referendum Reimigrazione: Cosa prevede davvero la proposta che sta accendendo la sinistra

Anche questa volta la sinistra guarda la luna, mentre il dito indica il problema. Il dibattito pubblico si concentra su slogan, allarmi morali e accuse di “deriva autoritaria”, ma evita accuratamente di entrare nel merito di ciò che questa iniziativa propone davvero: una riscrittura profonda del rapporto tra Stato, immigrazione, sicurezza e demografia.

Non si tratta di un intervento simbolico né di un manifesto ideologico, ma di un tentativo organico di riportare sotto controllo fenomeni che, da decenni, la politica gestisce in modo emergenziale o rinuncia semplicemente a governare.

Va chiarito subito un punto fondamentale: anche in caso di consenso popolare, nulla accadrebbe automaticamente.

Il primo passaggio necessario sarebbe la vittoria del referendum, che avrebbe un valore eminentemente politico, indicando al Parlamento e al Governo un mandato chiaro da parte dell’elettorato.

Solo dopo, e solo se il Governo decidesse di tradurre quel mandato in atti concreti, si aprirebbe la fase più delicata: la legiferazione vera e propria.

Ed è qui che iniziano i nodi, giuridici e istituzionali.

L’impianto della proposta punta a rafforzare drasticamente il contrasto all’immigrazione irregolare, colpendo non solo i flussi in ingresso ma soprattutto l’intera filiera economica che li rende convenienti: trafficanti, intermediari, cooperative, imprese che sfruttano manodopera illegale. L’idea è semplice e, per certi versi, lineare: se l’immigrazione clandestina smette di essere redditizia, il sistema collassa. Per farlo si prevede un uso esteso delle confische patrimoniali, l’inasprimento delle pene e l’esecuzione effettiva delle espulsioni, oggi spesso solo teoriche. Parallelamente, per gli stranieri condannati per reati gravi, verrebbe introdotto un meccanismo di espulsione automatica e, nei casi più estremi, di revoca della cittadinanza acquisita per naturalizzazione.

Ed è proprio su questi punti che si aprirebbe il fronte più prevedibile dello scontro istituzionale.

Qualunque Governo tentasse di dare attuazione a norme di questo tipo dovrebbe mettere in conto ricorsi alla Corte costituzionale, soprattutto sul tema della cittadinanza, dei diritti fondamentali e della proporzionalità delle sanzioni.

Non è affatto scontato che l’intero impianto superi indenne il vaglio della Consulta: alcune parti potrebbero essere confermate, altre ridimensionate, altre ancora dichiarate illegittime.

Ma questo è esattamente il funzionamento normale di uno Stato di diritto, non un’anomalia.

Lo stesso vale per il livello europeo. L’abolizione della protezione speciale, la restrizione dei ricongiungimenti familiari, la regolamentazione stringente delle ONG e la tassazione delle rimesse estere entrerebbero quasi certamente in conflitto con l’attuale interpretazione del diritto UE. Ne seguirebbero procedure di infrazione, richiami della Commissione, possibili interventi della Corte di giustizia. Anche qui, però, la questione non è giuridica ma politica: fino a che punto uno Stato membro è disposto a spingere per ridefinire i confini della propria sovranità, accettando il rischio dello scontro con Bruxelles?

Accanto alla linea dura, la proposta introduce un elemento che nel dibattito viene volutamente ignorato: la remigrazione volontaria. Non espulsione indiscriminata, ma incentivi economici e supporto concreto per il rientro assistito nei Paesi d’origine di stranieri regolarmente presenti che non intendano o non possano stabilizzarsi in modo duraturo. Anche questo, però, richiederebbe decreti attuativi, fondi, accordi bilaterali e una macchina amministrativa efficiente. Senza un Governo politicamente determinato, resterebbe lettera morta.

Il disegno complessivo si chiude con una scelta di fondo: usare le risorse liberate dalla riduzione dell’accoglienza per finanziare natalità e rientro degli italo-discendenti. È una visione che ribalta l’impostazione dominante degli ultimi decenni, secondo cui l’immigrazione sarebbe l’unica risposta al declino demografico. Qui il punto di rottura è evidente: la proposta rifiuta l’idea che la sostituzione demografica sia un destino inevitabile o una necessità economica, e assume invece che la natalità interna e il recupero di capitale umano italiano siano scelte politiche, non variabili esogene.

È una posizione discutibile, certo, ma tutt’altro che irrazionale: diversi Paesi avanzati stanno già sperimentando politiche attive di sostegno alle nascite e di rientro dei propri cittadini dall’estero, riconoscendo che una società coesa non si costruisce solo con i flussi migratori.

È esattamente questo cambio di paradigma che rende la proposta indigesta a una parte consistente del mondo politico e culturale.

Non perché sia tecnicamente irrealizzabile (molte delle misure previste esistono già, in forme analoghe, in altri ordinamenti) ma perché mette in discussione un dogma: l’idea che l’immigrazione di massa sia non solo un fenomeno inevitabile, ma anche moralmente intoccabile e politicamente non negoziabile. Portare la questione sul terreno del voto popolare significa togliere il tema dalle mani degli “esperti”, delle emergenze permanenti e delle scorciatoie retoriche.

In questo senso, il referendum non è lo strumento per “risolvere” il problema, ma per forzare una scelta che la politica rimanda da anni.

Costringe i partiti a esporsi, a dire cosa vogliono davvero e quali costi sono disposti a sostenere - economici, giuridici e diplomatici - per perseguire una determinata visione di società.

Ed è probabilmente questo l’aspetto più destabilizzante: non le singole misure, ma il fatto che qualcuno abbia osato ricondurre il tema dell’immigrazione, della sicurezza e della demografia a una decisione collettiva esplicita.

Alla fine, il punto non è stabilire se la proposta sia giusta o sbagliata in assoluto. Il punto è un altro: continuare a ignorare il problema non lo rende meno reale. E liquidare ogni tentativo di affrontarlo come “deriva autoritaria” è un modo comodo per non assumersi responsabilità. Guardare la luna è rassicurante. Indicare il dito, molto meno.

Ma è da lì che passa, volenti o nolenti, il futuro politico del Paese.

Il link per leggere la proposta referendaria: https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5700000

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