L’omissione come nuova censura: il vero pericolo per le democrazie occidentali
Claudio Venturoli
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L’omissione come nuova censura: il vero pericolo per le democrazie occidentali

Quando l’omissione diventa metodo: il tratto distintivo dei regimi

Il recente rifiuto dell’UK Health Security Agency (UKHSA) di rendere pubblici i dati che collegherebbero la data di vaccinazione anti-Covid all’eccesso di mortalità ha sollevato indignazione nel Regno Unito, ma il tema va ben oltre questo caso specifico: rivela un problema molto più profondo, ovvero la crescente tendenza delle istituzioni a negare informazioni per “non turbare le masse”.

Secondo quanto verificato dal The Telegraph, l’agenzia ha dichiarato che la pubblicazione dei dati potrebbe generare “angoscia o rabbia” e alimentare “misinformazione”.

Una motivazione che, a ben vedere, afferma un principio inquietante: i cittadini non sarebbero considerati abbastanza maturi per conoscere la verità.

Ed è proprio questo il punto centrale.

Da anni si parla di fake news e disinformazione come il grande nemico della democrazia, ma c’è un pericolo molto più insidioso: l’omissione.

Non la menzogna, ma il non dire.

L’informazione negata, totale o parziale che sia, impedisce alla discussione di esistere.

Lo vediamo su molti fronti: nella salute pubblica, quando dati rilevanti vengono nascosti o pubblicati con mesi di ritardo; nei conflitti internazionali, dove le informazioni vengono filtrate per non disturbare la narrativa ufficiale; nella cronaca sociale, dove si omette volutamente la nazionalità di alcuni criminali per timore di ripercussioni politiche.

Una cronaca selettiva, però, non è cronaca: è costruzione ideologica.

Ed è proprio l’informazione a pezzi, filtrata e paternalistica, la caratteristica storica dei regimi non democratici.

Non solo propaganda, ma verità incomplete sempre funzionali al potere.

È la logica del “non diciamolo, potrebbe creare problemi”, la stessa che oggi riaffiora in alcune istituzioni occidentali.

Quando una democrazia inizia a trattenere informazioni per “proteggere” la popolazione, quel confine sottile con il paternalismo autoritario si fa pericolosamente sfumato.

La trasparenza non è un optional, ma l’ossigeno della libertà: senza accesso completo ai dati non può esistere responsabilità individuale, scelta consapevole o reale fiducia nelle istituzioni.

E quando le autorità decidono cosa la popolazione debba o non debba sapere, non stanno tutelando le persone, ma se stesse. Il caso UKHSA è dunque un campanello d’allarme globale: non è una questione pro o contro un vaccino, né un dibattito politico di parte.

È un tema di metodo democratico. Se i dati vengono condivisi con soggetti privati come le case farmaceutiche, allora devono esserlo anche con i cittadini.

Altrimenti non si tratta più di prudenza, ma di una sottrazione di verità che rischia di erodere alla radice la fiducia pubblica.

Quando la trasparenza viene sacrificata per “non creare panico”, la democrazia ha già iniziato a indebolirsi.

E questo, più della disinformazione stessa, rappresenta il vero pericolo per il nostro futuro democratico.

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