Ho conosciuto tante storie ed ho visto parecchie persone che da un giorno con l’altro si sono trasformate abbandonando il loro guscio protettivo.
In quasi tutti questi casi la trasformazione è stata in meglio, quel guscio che li proteggeva in verità li stava anche limitando, gli stava impedendo di essere sé stessi o quello che avrebbero voluto essere.
Queste trasformazioni non avvengono mai per caso, c’è sempre un trauma o una crisi a fare da carica detonante.
Può essere la perdita di una persona cara, una delusione da parte di una persona a cui avevate dato estrema fiducia o il cambiamento del proprio stato sociale ed economico.
Nel mio caso qualcuno mi potrebbe definire un ragazzo fortunato.
Ho avuto una famiglia che mi ha sempre supportato e spesso tollerato, e di questo ringrazio i miei genitori da cui penso di aver appreso molto.
Poi mi sono sposato, ho avuto dei figli, un buon lavoro, una bella casa.
Tutto proseguiva tranquillo e diciamo anche in maniera monotona. Ma mi andava bene così. Mi ero immerso nel ruolo del marito e del papà anche se questo, me ne sono reso conto solo dopo, aveva assopito la mia vera identità.
Poi sono arrivati i momenti bui, quei momenti che sembrano interminabili. Uno dopo l’altro le persone a me care mi stavano lasciando.
Ha iniziato mia madre all’età di 56 anni.
Poi è toccato a mio cugino. Avevamo gli stessi anni e da bambini eravamo come due fratelli. Tumore al polmone non operabile, 3 mesi e ci ha salutato. La domanda “perché lui e non io” mi ronza ancora per la testa.
Questo periodo è durato otto anni. Non vi faccio tutto l’elenco ma a casa mia ogni volta che suonava il telefono dopo le otto di sera eravamo terrorizzati a rispondere aspettandoci qualche altra brutta notizia.
La cosa che a tutti ha dato forza per superare questo periodo è che ci sono stati anche dei nuovi arrivi, un po' come se chi andava via lasciasse il posto a chi stava arrivando.
La chiave del mio cambiamento è arrivata alla fine di questo periodo, quando con una telefonata mio fratello mi avvisò che a nostro padre, che nel frattempo si era trasferito in Brasile, gli avevano estratto una massa tumorale di non ricordo quanti chili dal costato e che si trovava in terapia intensiva in un ospedale a Belem, capitale dello stato dell’Amazzonia.
Presi l’aereo e trascorsi l’ultima settimana con mio padre.
Anche in questo caso notai che tutti, anche quando sono sul punto di lasciarci, non smettono di fare progetti per il futuro, di pensare a fare quella cosa che hanno sempre rimandato.
Al mio ritorno in Italia questo pensiero non mi lasciò e penso che si vedesse da fuori che stavo rimuginando qualcosa, tant’è che mia moglie pensava che mi fossi innamorato di qualche brasiliana.
In realtà pensavo agli ultimi anni, a quelli che erano i miei sogni da ragazzo, alle cose cha ancora volevo fare e a come avrei voluto essere alla mia età.
Ed ho deciso che era giunto il momento di essere quello che sentivo di essere realmente, di diventare la persona che volevo essere.
Questi cambiamenti non sono facili da accettare da chi ti vive intorno. Hanno paura di perderti, non ti riconoscono più non rendendosi conto che quello che sta uscendo è quello che sei realmente.
Non vi sto a raccontare le litigate in casa con mia moglie perché volevo che ci riprendessimo la nostra intimità, perché non potevamo sacrificarla in eterno sull’altare dei figli.
Perché ritornassimo ad uscire a cena, io e lei, senza i bambini.
Perché ritornassimo a frequentare amici con cui non si parlasse solo di pannolini, pappe e nasi che colano.
E più mia moglie resisteva a questo cambiamento, più io avevo voglia di uscire, di tornare a vivere, di avere una vita sociale viva.
È naturale che, se non trovi in casa quello di cui hai bisogno, lo trovi da qualche altra parte.
E se ti va bene trovi qualcuno che è in grado di “toglierti la ruggine” o, per riprendere il concetto che ho espresso all’inizio, di farti uscire dal guscio.
Dopo oltre 10 anni da quel giorno guardo le mie foto dell’epoca e non mi riconosco più, mi sembra di guardare qualcun altro.
Sono soddisfatto di quello che sono oggi anche se di lavoro ce ne è ancora da fare.
Ho imparato che la strada del cambiamento è una strada lunga dove l’importante è godersi il cammino pensando alla prossima tappa.
E il tuo momento di crisi è già arrivato o lo stai ancora aspettando?